Ebbene, Professor Lomax? Riflessioni etno-world sul Festival di Sanremo 2019

 

Quest’anno, a sorpresa, al Festival di Sanremo il primo posto va al cantante italo-egiziano Mahmood con il brano “Soldi” scritto con Dardust e Charlie Charles. La canzone mi piace e lui è molto credibile, sono contento di questo risultato. Come al solito, ci sono state delle polemiche, ma non voglio entrare nel merito di queste. Da anni c’è uno stile arabo-pop che ha visto come punta più popolare il brano “Aisha” del 1996, del cantante algerino (naturalizzato francese) Cheb Kaled. Brano cantato in francese con degli inserti in arabo; la musica, anche se ha una melodia che la accomuna al gusto occidentale, mantiene sempre un carattere modale con molti melismi orientaleggianti incastrati su un ritmo piuttosto additivo che divisivo. La canzone di Mahmood mi ricorda in parte questa operazione, quindi niente di nuovo da questo punto di vista, e non si può dire che sia nata oggi perché i tempi lo richiedessero. Certo, vi si sentono delle influenze di stili come il trap e l’indie che al tempo di Aisha non esistevano. La mia riflessione si sposta perciò su un altro versante.
Nel libro autobiografico “Il giorno più bello della mia vita”, Alan Lomax il grande etnomusicologo americano che negli anni 1954-1955 registrò, con un altro monumento dell’ etnomusicologia, Diego Carpitella, il meglio di quanto ci potesse essere nelle piccole comunità “musicalmente organizzate” (direbbe forse Blaking) delle varie regioni italiane. Ne venne fuori un corpus invidiabile e ancora tutto da studiare. Nella mia regione, la Calabria, in soli cinque giorni, registrarono i canti dei pescatori delle tonnare, le ninnananne, le tarantelle più o meno urbanizzate, i canti contadini e tanti altri tipi di formalizzati orali. Questo materiale di natura orale, per fortuna fu fissato da Lomax e Carpitella su nastro magnetico e quindi, in un certo senso, scrivendole sia pure in modo “secondario”, direbbe Ong. Oggi ne possiamo disporre e chissà che non ridiventi nuova linfa anche le canzoni del futuro. In quel libro Lomax parla anche del Festival nazionale, accusandolo di aver accolto l’egemonizzazione anglofona e di aver soffocato, complice forse il giro di do, le (secondo lui) ricchissime e musicalmente varie e articolate tradizioni delle varie zone italiane (scivolamenti micro-tonali, ritmi non facilmente misurabili, strumenti particolari….. tu chiamala se vuoi “nuance”). (cfr. l’articolo Alan Lomax racconta come Sanremo ha annientato la musica italiana).
Come dicevo in una chat, stimolata dal mio amico musicista Checco Pallone, attento cultore di musica etnica e non solo, a tratti nel corso degli anni, nel Festival si sono alternate attenzioni alla musica “folclorica” italiana. Ricordo le partecipazioni di colui che più di tutti ha aperto una finestra su questo repertorio, sdoganandolo a livello internazionale: Eugenio Bennato. Ricordo il Nino d’Angelo etnico di circa dieci anni fa, che fece intervenire insieme con lui delle realtà etniche di zone italiane (tra cui il mio conterraneo Danilo Montenegro, nome da noi molto conosciuto), il sapore partenopeo di Enzo Gragnaniello e voglio ricordare che Sanremo nacque come estensione del Festival del Festival della Canzone Napoletana. A Ospedaletti, la cittadina che si trova dopo Sanremo, senza soluzione di continuità geografica, nacque alla fine degli anni Novanta il Festival Nazionale della Canzone Dialettale: evidentemente qualcosa c’era nell’aria. Forse non tutti lo sanno, ma esiste un Festival a Vina del Mar in Cile, nato negli anni Sessanta dichiaratamente sul modello televisivo di quello nostrano (col quale è gemellato), ma, al contrario, questo Festival, che è il più famoso dell’ America Latina, essendo dal 1968 internazionale ospita vari idiomi musicali del mondo.
Oggi vince il Festival di Sanremo una canzone occidentale dal sapore mediorientale e, ripeto, sono personalmente molto felice che ci sia questa apertura verso le musiche del mondo e le contaminazioni, mi complimento per l’egregia direzione artistica di Claudio Baglioni, che si è simpaticamente autodefinito “dirottatore artistico”, proprio per sottolineare questa apertura. Da un po’ di anni non sento però la eco della musica “folclorica” italiana presente in passato, ne sento la mancanza e ne auguro il ritorno, certamente intrecciata con altre musiche etniche e pop. Questo è il centro della mia riflessione. Nell’Ottocento i padri dell’etnomusicologia della Scuola di Berlino studiavano le musiche rigorosamente da loro lontane geograficamente come quelle del vicino e lontano Oriente, di contro snobbavano i cosiddetti “folcloristi” come Bartok e Brailoiu che invece studiavano le musiche dei loro villaggi ungheresi e rumeni. Un po’ ingenuamente diceva l’uno all’altro: “ma noi facciamo del folclore e della musicologia?” e l’altro rispondeva ironicamente: “ del folclore, naturalmente!”. Ovviamente volevano dirci che non ci possono essere barriere nella musica e che ogni repertorio è degno di essere preso in seria considerazione.

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